Patrizia Gentili Spinola

Scrivono da tutti i continenti, pubblicando foto per augurare il buongiorno ai propri connazionali sparsi in giro per il mondo, e postano frasi di incoraggiamento da più di
settanta Paesi diversi: sono i 17.500 membri del gruppo facebook “Italiani nel mondo!”, in costante crescita. Sono tutti accomunati da un unico destino: quello di vivere lontani dall’Italia, e lo affrontano con coraggio e spirito di avventura.
La vita all’estero può essere davvero dura, perché ti porta a stare lontano dalla tua famiglia, dagli amici, dal luogo in cui sei cresciuto, ma far parte di questo gruppo è come entrare in una grande, immensa famiglia allargata, e ti fa sentire un po’ a casa. Il bisogno di confrontarsi con altri italiani che vivono le stesse difficoltà è talmente forte che sono numerosissimi i gruppi su facebook costituiti con questo scopo, praticamente uno per ogni Paese: Italiani in Belgio; Italiani in Danimarca; Italiani in Inghilterra; Italiani in Francia; Italiani in Svizzera; Italiani in America; Italiani in Australia, Italiani in Giappone, solo per fare alcuni esempi. Sono tutti gruppi utilissimi, sia per ambientarsi e socializzare che per avere informazioni di carattere pratico e burocratico. Esistono addirittura gruppi più specifici, suddivisi per singole città: Italiani a Londra; Italiani a Bruxelles; Italiani a Parigi; Italiani a Melbourne, e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Ma la famiglia che racchiude proprio tutti, a prescindere dal Paese in cui si trovano, è il gruppo “Italiani nel Mondo!”. Idealmente è come se volesse riunire tutti gli italiani in una sorta di casa virtuale, con lo spirito di scambiarsi informazioni utili ma anche solo frasi di incoraggiamento che aiutino a sopportare l’inevitabile malinconia. L’atmosfera che si respira nel gruppo è molto positiva e rassicurante. Ti svegli al mattino e trovi in bacheca post con fotografie di luoghi incantevoli e sotto frasi che ti augurano il buongiorno in tutte le lingue: guten morgen; guten tag; god morgen; boker tov; buenos dias; bom dia; good morning; bonjour; għodwa t-tajba; bongu ; morge zäme; goedemorgen; dzień dobry. E’ come se ci si conoscesse tutti di persona, anche se non ci si è mai visti in faccia. Molti postano foto di piatti tipici italiani, facendoti sentire orgoglioso della tua italianità e aiutandoti a mantenere alto il buonumore. È fortissimo il senso di appartenenza, e ogni utente regala un piccolo ma prezioso contributo alla comunità. Tutti i membri insieme, nessuno escluso, tengono alto il nome dell’Italia nel mondo.
Scambiamo quattro chiacchiere con l’amministratore del gruppo, Dario Dominin, torinese trapiantato a Bruxelles per lavoro.
Quando e come è nata l’idea di creare il gruppo facebook “Italiani nel mondo”?
L’idea è abbastanza recente, e risale ad una sera di aprile del 2013. Tutto è nato come un gioco, e davvero non mi aspettavo l’adesione di un numero così grande di persone! Ma dopo pochissimo tempo mi sono reso conto che il progetto stava prendendo piede e, a dire la verità, anche tanto tempo! Attualmente abbiamo 17.500 iscritti e le richieste di adesione sono circa un centinaio al giorno, e vanno controllate una per una.
Qual è lo scopo che si propone di raggiungere questo gruppo? Riunire tutti gli italiani che vivono all’estero per quale fine? Scambiarsi consigli pratici? Aiutarsi? Consolarsi e sentirsi meno soli mentre si affronta un'esperienza lavorativa lontana da casa e dai propri cari?
Lo scopo del gruppo è quello di condividere, attraverso foto e post, le proprie esperienze nel mondo e, in modo amichevole, informazioni utili sul paese dove ognuno di noi si trova. E poi, perché no, anche mettere in contatto tutti i nostri compatrioti in giro nel mondo. Ad esempio abbiamo organizzato un incontro per tutti gli appartenenti al gruppo “Italiani nel mondo” ad Amsterdam, il 7 giugno scorso.
C’è l’idea di creare, magari in un secondo momento, anche un sito?
Molte volte ho pensato di creare siti, pagine, gruppi paralleli o di approfondimento, ma poi mi sono reso conto che è meglio concentrare tutte le discussioni ed i post in un unico gruppo. Appunto il gruppo facebook "Italiani nel Mondo".
In un’epoca in cui, mai come prima, gli italiani si trovano a fronteggiare l’emergenza lavoro e sono costretti a lasciare il proprio paese per cercare un impiego altrove, sono numerosissimi i gruppi simili al vostro: Italiani in Germania, Italiani in Svizzera, Italiani nel Regno Unito ecc. ecc. Secondo te si tratta solo di un fortissimo bisogno identitario, della necessità di mantenere, in qualche modo, un contatto con la propria cultura di origine? Oppure ci sono anche altre necessità alla base della nascita spontanea di tutti questi gruppi?
Concordo con te, facebook è pieno di gruppi di Italiani 'everywhere'. Un gruppo può aiutare a condividere le proprie esperienze e, perché no, aiutare chi, come noi, vuole intraprendere un'esperienza all'estero.
È mai accaduto qualche episodio spiacevole? Ci sono state persone che hanno tentato di utilizzare questo gruppo per fini commerciali o poco leciti?
Man mano che il gruppo prende piede, comincia anche ad essere abbastanza "famoso", e questo porta a tantissime richieste di adesione, circa cento al giorno. Questo è un po’ il prezzo da pagare per un gruppo così numeroso. Comunque, per tranquillizzare gli amici del gruppo, vorrei precisare che controllo una per una tutte le richieste di adesione. Ormai ho preso una certa dimestichezza a capire quali profili sono "falsi" quindi state tranquilli , tutti gli attuali 17.500 utenti sono reali.
Ci sono stati rari casi di persone che, una volta dentro al gruppo, hanno rivelato le proprie vere intenzioni. Qualcuno lo aveva preso per un gruppo di incontri, oppure voleva utilizzarlo per vendere oggetti a dei prezzi impossibili. Chiaramente questi utenti sono stati subito allontanati e bannati definitivamente dal gruppo.
Problemi di netiquette all’interno del gruppo? Parlami un po’ dei problemi quotidiani che si possono incontrare nel gestire una comunità così numerosa.
Ho affrontato diverse fasi prima di capire come gestire un gruppo che pian piano diventava sempre più grande; c'e' stata la prima fase in cui ero troppo rigido, poi sono stato troppo permissivo, ora dopo molta pratica ho migliorato il modo in cui gestisco il gruppo e penso che tutti gli amici del gruppo se ne siano accorti.
Comunque posso confermare che gestire un gruppo non è facile. Ci vuole tempo e dedizione. Un paio di volte è successo che ho ricevuto 'parole non proprio educate', però per un insulto preso ho ricevuto anche tantissimi complimenti. Questo mi da’ la forza e l'entusiasmo per andare avanti , per cui … Viva gli “Italiani nel mondo!”.
Unisciti al gruppo “Italiani nel mondo!” su facebook:
Luca Lamberti, operatore olistico certificato dalla S.I.A.F. Italia – Società Italiana Armonizzatori Familiari ndr – è il rappresentante ufficiale per l’Italia della tecnica ThetaHealing®, elaborata da Vianna Stibal nel 1995. Luca insegna e pratica il Thetahealing da oltre 6 anni ma, essendo uno spirito curioso per natura, studia e si interessa di tantissime altre discipline: Cristalloterapia; Numerologia; Crystal Connect; Kinesiologia applicata; Energy Healing; Sound Healing ed altro ancora.
Ha viaggiato e vissuto, dapprima come manager aziendale e poi come formatore olistico, in diverse parti del mondo: Giappone; Olanda; Inghilterra; Francia; Stati Uniti; Germania; Finlandia; Svizzera; Spagna; Germania; Tailandia; Brasile e in altri paesi asiatici.
Le esperienze vissute a contatto con diverse culture lo hanno portato ad elaborare un progetto di coaching non solo per i singoli individui, ma anche per le aziende, in quanto è fermamente convinto che il benessere interiore aiuti a raggiungere i migliori risultati nella vita di tutti i giorni e, quindi, anche nel lavoro. Per far questo ha creato il progetto “Life (r)evolution®”, consultabile sul sito www.liferevolution.it, che si propone di realizzare un piccola rivoluzione copernicana nella vita delle persone desiderose di intraprendere un cammino di crescita personale.
Luca, potresti spiegarci in maniera chiara che cos’è esattamente il Thetahealing e a cosa serve? Ti prego, inoltre, di chiarire anche cosa non è, per evitare fraintendimenti.
Il Theta Healing è una tecnica di meditazione e una filosofia spirituale non specifica di una singola religione, ma che le accetta tutte, prefiggendosi lo scopo di avvicinarsi al Creatore. Si tratta di un metodo di allenamento per la mente, il corpo e lo spirito, che permette di eliminare le convinzioni limitanti e di vivere con pensieri positivi, sviluppando virtù in tutto ciò che facciamo. Attraverso la meditazione e la preghiera, la tecnica Theta Healing crea uno stile di vita positivo.
Il Theta Healing non è una religione o un culto; non è una tecnica medica o un qualcosa che si sostituisce alle pratiche di medicina tradizionale. La tecnica Theta Healing è sempre insegnata per essere utilizzata in combinazione con la medicina convenzionale. Essa insegna come mettere a frutto il proprio intuito naturale, basandosi sull'Amore Incondizionato (uno dei tanti nomi per definire l'Energia Universale) del “Creatore di tutto ciò che È” per fare il vero e proprio lavoro interiore su se stessi.
Ultimamente si è parlato e scritto molto di meccanica quantistica e di come siamo interconnessi con l’Universo e possiamo influenzare un evento per il semplice fatto che lo stiamo osservando (vedi esperimento della doppia fenditura). Il fisico John Wheeler, a tale proposito, aveva affermato che viviamo in un “universo partecipativo”, dove la sola presenza dell’essere umano cosciente che osserva un determinato fenomeno è in grado di alterare la realtà circostante. Possiamo affermare che il Theta Healing abbraccia in qualche maniera i concetti della meccanica quantistica, dato che l’intero processo di meditazione si perfeziona solo nel momento in cui l’operatore osserva l’energia creatrice agire sull’individuo?
Assolutamente sì! Il Theta Healing, così come altre tecniche olistiche interessanti, è fisica quantistica applicata. Non solo si parla del ruolo di “osservatore”, così caro ai fisici moderni, ma si parla anche della relatività del tempo e della materia stessa; si parla di causa-effetto e di molto altro. Ti dirò di più: tra i miei contatti e le mie amicizie vengono fuori, sempre più numerosi, studiosi e scienziati.
Mi sento di dire che la fisica quantistica vera ed il modo olistico vero stanno convergendo verso uno scopo comune.
La meditazione attraverso il ThetaHealing secondo te è in grado di aiutare un individuo ad acquisire fiducia e sicurezza in se stessi e una maggiore chiarezza su come raggiungere degli obiettivi nella vita?
Assolutamente sì! Anzi, è proprio una delle nostre prerogative. Se l'individuo ha scarsa fiducia in se stesso, qualunque obiettivo sarà irraggiungibile o difficilmente raggiungibile. In realtà l'operatore ThetaHealing è al servizio dell'individuo nell'aiutarlo a ritrovare l’equilibrio e la fiducia in se stesso, ovvero aiutarlo a riscoprire (in alcuni casi scoprire per la prima volta) il suo vero potenziale e metterlo in pratica. Una tecnica del ThetaHealing molto efficace in tal senso è quella del “lavoro sulle credenze limitanti”, con la quale si trovano le convinzioni limitanti presenti nel nostro subconscio per sostituirle con altre positive e potenzianti. I risultati sono variabili, ma nel tempo arrivano sempre. Non mi sento di dire che tutto cambierà subito, però posso dire che se un operatore ThetaHealing è davvero bravo (e non sono solo i diplomi appesi alla parete a dimostrarlo), con il lavoro sulle credenze può davvero aiutare il cliente a ritrovare una forza interiore illimitata e, quindi, accompagnarlo verso il suo successo.
Una volta seguiti i corsi base le persone vengono messe in grado di compiere il lavoro interiore su se stessi senza dover sempre dipendere da un coach? Cioè è possibile, una volta acquisite le nozioni base, diventare “coach di sé stessi”?
Le basi del ThetaHealing si imparano con i due corsi DNA Base e DNA Avanzato.
Alla fine del corso DNA Avanzato il praticante avrà abbastanza informazioni per praticare da solo (su se stesso o sugli altri) la tecnica del “lavoro sulle convinzioni” ed altri esercizi energetici molto potenti ed efficaci.
Come reagiscono le persone al termine dei corsi? Sono sempre soddisfatte oppure ti è capitato di sentire lamentele o perplessità sul metodo utilizzato ed il lavoro svolto?
Io dico sempre che il ThetaHealing è aperto a tutti, ma non è per tutti.
Il solo fatto di aver partecipato a due corsi non è garanzia di bravura, ma solo un'attestazione che si è partecipato a quei corsi e che si sono fatti tutti gli esercizi del programma.
I praticanti ricevono circa 1000 pagine di materiale da leggere e studiare, nonché “compiti per casa” per praticare ed affinare la tecnica.
Tuttavia, nonostante la maggior parte dei partecipanti esca entusiasta dai corsi, una minima percentuale può “entrare in risonanza” per il grosso lavoro fatto sulle proprie convinzioni limitanti, spesso radicate nel subconscio da anni e anni e a volte, addirittura, dall’infanzia. Quando ciò accade può creare uno scombussolamento interiore e, in alcuni casi, la reazione degli allievi può essere quella di prendersela con l’insegnante. Questo perché l’allievo sta assorbendo informazioni nuove molto potenti, appunto le convinzioni positive o potenzianti, che vanno a scuotere il suo subconscio da un torpore durato anni, ma spesso oppone resistenza al cambiamento, perché non si sente ancora pronto oppure perché non ha ancora gli strumenti per cambiare determinate situazioni della sua vita e reagire.
In altre parole, dopo un lavoro così profondo, gli studenti si trovano di fronte ad una “centrifuga interiore” che può fargli perdere l'obiettività nei confronti della tecnica o di parte di essa. È una scelta assolutamente personale: alcuni, alla fine dei corsi, si mettono subito al lavoro con rispetto e disciplina, e applicano quanto appreso; altri impiegano qualche anno per finire di elaborare ed assorbire le informazioni. Personalmente mi sono trovato ad insegnare a gruppi di 20-40 studenti e devo dire che, in classi così numerose, si trova sempre qualcuno che capisce “fischi per fiaschi” o, addirittura, il contrario di ciò che hai appena spiegato. Sono cose che possono capitare.
È vero altresì che, in quanto Rappresentante Italia, ho ricevuto delle lamentele da parte di alcuni studenti; dopo un'investigazione ed un'attenta analisi da parte dell'istituto THInK (a capo del Thetahealing) è emerso che l'insegnante non stava insegnando in maniera etica o pura. Ogni tanto accade che alcuni insegnanti vengano disabilitati; questo per tutelare al massimo sia i praticanti che gli altri insegnanti.
Per poter utilizzare questa tecnica di meditazione è necessario avere già delle buone capacità di visualizzazione?
No. Diciamo che averle aiuta, ma in realtà sin dal primo giorno del corso DNA Base viene insegnato come sviluppare le nostre abilità psichiche. Da insegnante, la parte più divertente per me è vedere come reagiscono i miei studenti quando spiego loro che in realtà sono nati psichici (lo siamo tutti in quanto esseri umani) e che in realtà hanno sempre utilizzato le loro abilità intuitive, ma inconsciamente. Ancora più buffo è quando, a fine seminario, vengono da me a dirmi: “Perché io non ci riesco?”. Ma come, due giorni prima non avevi nessuna aspettativa, ed ora sei impaziente di vedere i risultati, creandoti un’aspettativa limitante?
Dato che ti interessi di tante altre discipline olistiche, e non solo del thetaealing, suppongo che tu non sia “rigido”, ma aperto a un utilizzo di più tecniche insieme per raggiungere il benessere psicofisico della persona. Quali sono i pro e i contro del thetahealing rispetto ad altre tecniche olistiche? Per ottenere maggiori benefici tu cosiglieresti di sperimentare in contemporanea due o più metodologie, ad esempio thetahealing e reiki, oppure thetahealing e cristalloterapia?
Io sono assolutamente aperto, sia alle novità che ai miglioramenti. In generale, il ThetaHealing rappresenta un'ottima opportunità di “potenziamento energetico” che l'operatore di altre metodiche può utilizzare per migliorarsi; quindi consiglio a tutti gli operatori olistici di conoscere il ThetaHealing, partecipando ad alcuni corsi. Questo non vuol dire che poi l'operatore debba utilizzarlo per lavorare, ma diciamo che potrebbe dargli ciò di cui aveva bisogno, attraverso informazioni, spunti e un profondo lavoro energetico, per essere un migliore operatore olistico. Tra i miei allievi, durante i corsi, ho avuto numerosi operatori che fanno utilizzo di altre tecniche, e credo che in futuro diventeranno ancora più numerosi. Se per aiutare meglio una persona debbo utilizzare una tecnica che non è il ThetaHealing, lo faccio tranquillamente. Ovviamente non mi improvviso nell'utilizzo di tecniche che non so gestire a fondo. Il fatto è che, nonostante il ThetaHealing sia una tecnica potenzialmente applicabile a tutto e per tutti, alcune persone hanno bisogno di altro; possono trovarsi in un periodo della loro vita in cui l'onda Theta sarebbe troppo per il loro subconscio.
A volte un semplice abbraccio ed uno scambio di parole può cambiare la vita di una persona. In quanto Operatore Olistico, io sono sempre attento alle esigenze dei miei clienti/studenti; questo però non vuol dire che io faccia ciò che vogliono loro come vogliono loro! D'altronde vengono da me per essere aiutati. Diciamo che aiuta essere persone sincere, oneste ed interessate al vero benessere del prossimo. Ecco perché consiglio sempre a tutti gli operatori di formarsi adeguatamente e di lavorare prima di tutto su se stessi, perché poi ci può arrivare di tutto e sarebbe meglio farsi trovare preparati.
Luca Lamberti è un operatore olistico certificato dalla S.I.A.F. Italia, n° iscrizione AB1387T-OP
Per maggiori info e approfondimenti potete visitare i seguenti siti:
www.thetahealing.it (sito ufficiale ThetaHealing Italia)
Dopo la laurea in scienze della comunicazione cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia? Si può parlare di un artista in fuga da un Paese che non offre troppe possibilità agli artisti emergenti?
Sono partito dall’Italia perché volevo studiare jazz e nei conservatori italiani nel 2000 ancora non esisteva questo insegnamento. Inizialmente pensavo di stare pochi mesi, al massimo un anno se avessi trovato un lavoro per mantenermi. Sono a Bruxelles da 14 anni ormai e in pratica non ho avuto contatti con la scena musicale italiana fino a questi due ultimi due dischi dove canto in italiano. Non saprei dire se l’Italia offra o no opportunità agli artisti emergenti. La mia impressione è che si tratti di una situazione di immobilità e affollamento (nel campo musicale): ci sono pochissime risorse, poche persone che rischiano e tantissimi che ci provano. Fra questi anche molti bravi che faticano tanto e perdono anni a tentare di fare un disco.
Perché, secondo te, i media tendono a parlare solo di “fuga di cervelli” e mai di “fuga di artisti”?
Forse perché in percentuale sono molti di meno? Oppure perché il concetto di artista è complesso e di difficile definizione e sfugge quindi ai cliché necessari per l’informazione? Non saprei, ma so che ci sono molti italiani in giro per il mondo che sono riusciti a dire qualcosa di personale nel campo dell’arte.
Povera Italia è stata scritta all’apice della parabola berlusconiana e ripropone i pensieri che molti, in Italia e all’estero, si sono posti. L’Italia di cui vado fiero è l’Italia che è andata avanti e che va avanti nonostante tutto. Che ha il coraggio di tenere la testa alta e affrontare la crisi con coraggio e voglia di rischiare. E’ strano, ma in questi anni mi sono reso conto di quanto grande sia l’Italia fuori dall’Italia: le comunità di emigrati italiani nel mondo continuano a seminare nei paesi che li ospitano semi di cultura italiana, colori, musica, cibo, bellezza. Anche di questa Italia vado fiero.
Raccontami della tua esperienza di viaggio in autostop con la chitarra in spalla: in quali posti sei stato e cosa ti hanno dato, sia a livello umano che musicale.
Racconto a condizione che i miei figli non leggano mai queste righe, e premetto che non consiglio a nessuno di girare in autostop! Quando l’ho fatto io era un altro periodo. Durante gli anni dell’università, prima di finire a Bruxelles a studiare al conservatorio, avevo una gran voglia di girare l’Europa, ma mi mancavano i soldi per viaggiare. Non era ancora l’epoca delle compagnie aeree low cost. Mi ricordo che mi ero già venduto il motorino per un altro viaggio, e non sapevo più cosa fare. In più ero coinvolto in alcuni incontri di studenti europei di comunicazione e avevo anche delle responsabilità organizzative. Così, un giorno, dal casello di Milano sono partito per Colonia. Altre volte ho ripetuto viaggi di questo tipo, sempre per andare verso il nord Europa. Ricordo che una volta mi prese una squadra di baseball nel loro pullman. Mi dissero che mi avrebbero dato un passaggio solo se avessi suonato durante il viaggio. Fu divertente. Viaggiare in autostop è una sfida contro la fatica e non è fatto per chi non sa apprezzare la solitudine. A volte devi aspettare diverse ore per ricevere un passaggio. Incontri persone molto diverse che non avresti mai avuto la possibilità di incontrare altrimenti. Ti devi adattare a qualsiasi situazione ed essere pronto anche a dormire sotto un ponte.

Perché hai scelto Bruxelles per frequentare il conservatorio?
Perché Bruxelles era una città che conoscevo, perché mi avevano parlato bene del conservatorio, perché era un conservatorio pubblico e perché gli affitti erano bassi. Queste quattro condizioni, insieme, mi hanno fatto scegliere per Bruxelles. Sono partito comunque con leggerezza perché ero convinto di restare pochi mesi.
Il tuo primo disco, Spellbound, era solo musicale. Quando hai deciso di metterti anche a cantare e scrivere testi?
Quando esci dal conservatorio hai la testa piena di tantissima musica ma le idee molto confuse su quello che vuoi fare. Ti rendi conto che la teoria e la tradizione musicale non bastano per fare musica, la tua musica. Quando parlai di questa mia confusione a Marco Locurcio, che in seguito è diventato il mio produttore, lui mi rispose: “Beh… allora fai un disco che ti chiarisci le idee”. Seguii il suo consiglio e quello che è uscito fuori è un disco pieno di tante influenze musicali. C’era naturalmente il jazz, un jazz elettrico, moderno, dei ritmi composti, strutture dei brani a forma di “suite”, la lingua araba e ebraica. Cantare non mi passava per la testa, scrivere testi neanche. La vita però non la puoi controllare e spesso ti porta in direzioni che non avresti mai pensato di prendere.
Ti aspettavi di incontrare un così grande successo di critica già al primo disco?
Assolutamente no. Non perché non fossi convinto del nuovo disco, ma perché era la prima volta che ne facevo uno. Affrontavo tutto con molta motivazione, ma non sapevo a cosa andavo incontro. La promozione di un disco è un lavoro difficile e rischia di essere frustrante se non affrontato con costanza. In quell’occasione ebbi diverse risposte immediate da parte di alcuni giornalisti fra cui il responsabile della musica de Le soir, che dedicò al mio disco la prima pagina dell’inserto della cultura. Fu un colpo. Ero appena partito per l’Italia e ricevetti decine di telefonate e sms di persone che mi dicevano dell’articolo.
